Presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa, e Maria Maddalena. Gesù dunque, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!» Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!» E da quel momento, il discepolo la prese in casa sua (Giovanni 19:25-27).

Nessuna bocca di donna tradì il Signore, nessuna mano di donna lo percosse, anzi, i loro occhi hanno pianto ed erano fissi su Lui affranti dal dolore. Dio benedica tali donne! Se consideriamo quanto hanno amato il Signore, non possiamo fare a meno di guardare a queste donne con ammirazione: “Gesù dunque, vedendo sua madre e presso a lei il discepolo ch’egli amava, disse a sua madre: Donna, ecco il tuo figlio!” (Giovanni 19:26).

Che triste spettacolo! In quel momento si stava adempiendo la parola di Simeone: “E a te stessa una spada trapasserà l’anima” (Luca 2:35).

Il Salvatore, vedendo Giovanni accanto a lei ha forse voluto dirle: “Donna, stai perdendo tuo figlio, ma al tuo fianco v’è qualcuno che si prenderà cura di te in mia assenza”. “Donna, ecco tuo figlio!”.

“Poi disse al discepolo: Ecco tua madre!” (Giovanni 19:27). “Prendila come madre e abbine cura come ho fatto io” Coloro che amano maggiormente Cristo hanno l’onore di prendersi cura della Sua Chiesa e dei Suoi poveri, Non dite mai a delle persone povere. siano essi vedove oppure orfani, “Costoro sono un grande peso per me!”, Oh, no! Dite piuttosto: “Essi sono un grande onore per me, poiché il Signore li ha affidati alla mia cura”, Giovanni dovette pensare a questo prendendosi cura di Maria; facciamo lo stesso anche noi, Gesù scelse “il discepolo che Egli amava” per affidare alle sue cure la propria madre, Oggi allo stesso modo, Egli sceglie coloro che ama affinché gli afflitti possano trovare rifu-gio sotto la loro protezione, Accoglieteli con gioia e trattateli con cortesia.

“E da quel momento il discepolo la prese in casa sua”. Vi aspettavate che Giovanni facesse questo gesto? Ma certamente perché Egli amava il Signore e coloro che Egli aveva affidato alle sue cure.

Dall’ora sesta si fecero tenebre su tutto il paese, fino all’ora nona. E, verso l’ora nona, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lamà sabactàni?» cioè: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Matteo 27:45,46).

Ci furono tenebre su tutta la terra “fino all’ora nona” e questo grido si fece strada tra quelle tenebre. Sebbene in ogni versetto della Parola di Dio ci sia un chiarore abbagliante, come un raggio che procede dal Sole della Giustizia, non possiamo non riscontrare un senso di impenetrabile oscurità in questa esclamazione di Gesù, oscurità nella quale a momenti la nostra anima viene meno a motivo dell’angoscia. In quell’istante il Signore stava vivendo il momento più oscuro della Sua vicenda terrena. Ormai da ore si trovava sotto il torchio della sofferenza e la Sua missione stava per compiersi. Aveva raggiunto il culmine dell’angoscia mortale e queste parole scaturivano da quella situazione umanamente insostenibile. Non credo che il mondo ricordi un’espressione più angosciosa di questa, nulla regge al confronto di questo grido di tormento. Questo è il momento in cui potete affacciarvi sul vasto abisso della sofferenza di Gesù e sebbene vi sforziate di vedervi il fondo non riuscirete a scorgere nulla: soltanto tenebre smisurate e insondabili. E pensare che questo abisso è stato aperto dal nostro peccato e dall’amore immenso che il Signore prova per noi. Sebbene sia qualcosa di incomprensibile, non possiamo fare altro che adorare il nostro Gesù. Spero che questo argomento possa far comprendere un po’ meglio ai figliuoli di Dio quale grande debito li leghi al Signore che li ha redenti. Sarete in grado di pesare all’amore di Gesù dalla profondità del Suo dolore, ammesso che lo si possa percepire adeguatamente. Pensate quale prezzo ha dovuto pagare il nostro Gesù per riscattarci dal potere della morte! Rendendovi conto di tutto questo, direte a voi stessi: “Dobbiamo essere una gente santa, poiché quale amore dovremmo manifestare nei confronti di Colui che ha sopportato una simile pena per preservarci dall’ira a venire?”

Personalmente, non posso avere la presunzione di tuffarmi dentro l’abisso di cui vi parlavo per farvelo esaminare, ma posso condurvi al suo bordo e permettervi di guardarvi dentro chiedendo allo Spirito di Dio di concentrare la vostra attenzione sulle parole del Signore morente.

Prima di tutto il nostro pensiero si soffermerà sul fatto in sé ovvero sul tipo di sofferenza prodotta dall’abbandono da parte di Dio.

In secondo luogo, considereremo la domanda che Gesù rivolse a Dio in quanto è proprio la parola “perché” che introduce il nostro testo. Infine noteremo insieme la risposta vale a dire il frutto della Sua sofferenza. La risposta alla domanda di Gesù arrivò dolcemente al Suo cuore senza bisogno di parole; ci rendiamo conto di questo quando Egli esce definitivamente dall’angoscia con il grido di trionfo: “E’ compiuto”.

La Sua missione era giunta al termine e il peso dell’alienazione da Dio era la parte principale della missione che Egli aveva intrapreso per amore nostro.

IL FATTO: CIÒ CHE IL SIGNORE HA SOFFERTO

Dio Lo aveva abbandonato. Il dolore della mente era dunque più acuto di quello del corpo. Potrete trovare il coraggio e sopportare le pene del corpo finché il vostro spirito sarà audace e fiero, ma nel momento in cui l’anima stessa viene toccata e la mente viene sopraffatta dall’angoscia, allora ogni dolore diventerà insopportabile e niente lo potrà placare. Le afflizioni spirituali danno luogo alle peggiori sofferenze, ma se Dio assicura il Suo conforto, diventeranno sopportabili. Si potrà essere atterrati, ma non disperati. Come Davide, potremo dire a noi stessi: “Anima mia, perché t’abbatti? Perché ti commuovi in me? Spera in Dio perché io lo celebrerò ancora” (Salmo 42:5).

Al contrario, se solo per una volta la rassicurante luce della presenza di Dio venisse a mancare, credo che ne deriverebbe una sofferenza paragonabile al preludio delle pene eterne. Questo è il più grande dei pesi che possono gravare sul cuore di un uomo. Questo peso ha indotto il salmista a supplicare Dio dicendo: “Non nascondermi il Tuo volto, non rigettare con ira il tuo servitore”. Anche noi potremmo essere in grado di sopportare un corpo sanguinante e uno spirito frustrato, ma la consapevolezza dell’assenza di Dio sarebbe qualcosa di inaccettabile. Quando Egli nasconde la Sua faccia e stende un velo davanti alla Sua presenza, chi potrà sopportare le tenebre che ne deriveranno?

Questo grido contraddistingue la fase più profonda della sofferenza del Salvatore. L’abbandono era reale. Sebbene da un lato il Salvatore avrebbe potuto affermare che Egli non era stato del tutto dimenticato, era altrettanto vero che in concreto Dio” lo aveva realmente abbandonato. Non è stata certamente una mancanza di fede da parte di Gesù considerarsi abbandonato dal Padre; forse la nostra fede può venire meno, e questo ci porta a dubitare della cura di Dio nei nostri riguardi, ma non fu questo il caso di Gesù.

La Sua fede non venne meno neppure per un momento, infatti, Egli esclamò due volte. “Dio mio!” La potente fede di Gesù era doppiamente radicata! Egli sembra dire: “Dio mio, anche se Tu mi hai abbandonato, io non ho abbandonato Te”. Da questa domanda di Gesù non traspare alcuna esitazione dovuta ad una mancanza di fede, tutto era estremamente reale, reale in modo spaventoso. Dio Lo aveva privato della Sua confortante presenza e Gesù aveva avvertito il peso di questa condizione.

Non era la fantasia delirante di un moribondo, sopraffatto dalla febbre mortale, né l’espressione di uno spirito avvilito e scoraggiato dall’imminente trapasso. Gesù è stato lucido fino all’ultimo secondo. Egli sopportò con coraggio i dolori, la perdita delle forze, gli scherni, la solitudine, senza lamentarsi in alcun modo di quell’esecuzione così crudele, dell’umiliazione o degli insulti. I Vangeli non riportano da parte Sua altri segni di insofferenza, al di fuori dell’espressione “Ho sete”, un’esigenza più che naturale in quelle circostanze. Tutte le altre torture del corpo sono state sopportate in silenzio; tuttavia rendersi conto dell’allontanamento da Dio era veramente troppo; per questo Gesù ha gridato: “Lamà Sabactanì?” Quel lamento era rivolto al Suo Dio. Egli non ha detto: “Perché Pietro mi ha rinnegato? Perché Giuda mi ha tradito?” Questi furono per Cristo dei dolori assai penosi, ma uno era di gran lunga più bruciante: “Mio Dio, mio Dio, perché Tu mi hai abbandonato?” L’abbandono non era un fantasma creato dalla Sua mente in quella situazione limite, ma era una condizione del tutto reale. La sensazione di abbandono fu molto forte. Dio non è solito abbandonare i Suoi figli e servitori. I Suoi santi, quando giungono alla morte e sono assediati dal dolore e dalla sofferenza, sanno di averLo alloro fianco. Essi sono in grado di cantare: “Quand’anche io camminassi nella valle dell’ombra della morte, non temerei male alcuno, perché tu sei meco” (Salmo 23:4). I credenti prossimi alla morte hanno la chiara visione della presenza di Dio. La nostra esperienza ci insegna che sebbene a volte succeda di non avvertire la presenza di Dio in maniera evidente, ciò non avviene mai nel momento del trapasso, o nella morsa della prova. Con riguardo ai tre giovani amici di Daniele, le Scritture non affermano che il Signore sia stato visibilmente vicino a loro prima di entrare nella fornace, ma quando si trovarono all’interno di essa la presenza di un essere soprannaturale fu evidente e tutti se ne accorsero. Ebbene, la volontà di Dio è quella di tenere compagnia al Suo popolo afflitto, eppure Egli abbandonò il Suo figliuolo nell’ora della tribolazione! Iddio non ha mai abbandonato i Suoi martiri e tutti coloro che hanno lottato per la Sua causa fino allo stremo: sfogliate la Bibbia, leggete le cronache di tutti i cristiani perseguitati e vi accorgerete che i loro ultimi momenti di vita furono illuminati dalla tangibile testimonianza della presenza del loro Signore. La fede dei credenti si è sempre fortificata sulla certezza che la presenza di Dio non si sarebbe allontanata da loro nell’ora della prova e malgrado le sofferenze del corpo tale presenza sarebbe stata il conforto dei martiri e un’efficace spinta a sopportare la morte e le più atroci sofferenze. La morte non sarebbe stata di certo un letto di rose, ma sicuramente la porta che dischiude l’accesso alla vittoria. I dolori potevano essere lancinanti, la morte tragica, ma l’amore di Cristo avrebbe addolcito ogni spasimo e condotto alla gloria eterna. No, Dio non è solito abbandonare i Suoi figliuoli, né lasciare l’ultimo dei Suoi in balia delle sofferenze… Ma per il nostro Signore l’abbandono fu davvero singolare. Il Padre Lo aveva forse lasciato in precedenza? Trovate a questo proposito in qualche passo dei Vangeli dei motivi di lamentela da parte di Gesù? No, anzi Egli disse in una occasione: “Padre, io so che tu mi esaudisci sempre” (Giovanni Il :42). Gesù ha vissuto in costante comunione con Dio. Il Suo rapporto era costante, evidente e intimo, ma in quel momento Egli dovette fare i conti con l’angoscia della Sua alienazione. Questo è un enigma che trova spiegazione solo nel grande amore che ha spinto Gesù a dare Sé stesso per noi. Nell’adempimento del Suo amorevole proposito non evitò neppure questa tremenda sofferenza: l’assenza di Dio. Questa assenza fu realmente tenibile. Chi potrà mai descrivere appieno cosa significhi essere abbandonati da Dio? Possiamo solo immaginarIo sommariamente, sulla base delle nostre esperienze di temporaneo e parziale abbandono. Dio non ci ha mai abbandonato del tutto; Egli dice nella Sua parola: “Io non ti lascerò e non ti abbandonerò”, eppure, a volte ci siamo sentiti lontani da Lui. Abbiamo gridato spesso: “Oh, sapessi dove trovarlo!” Lo splendore del Suo amore si è offuscato e, di conseguenza, abbiamo provato un senso di sgomento. Tutto questo, anche se in minima parte, può illustrarci i sentimenti del nostro Salvatore in quegl’istanti di totale solitudine. Gesù Cristo non poteva evocare nessun pensiero che Lo consolasse in quella terribile situazione. Era l’ora in cui si stava presentando a Dio come Colui che toglie il peccato del mondo, in armonia con la profezia che afferma: “Egli è stato annoverato fra i trasgressori perché ha portato i peccati di molti” (Isaia 53:12) e ancora: “Egli è stato fatto peccato per noi” (Il Corinzi 5:21). Pietro scrive: “Egli si è caricato dei nostri peccati. Portandoli alla croce” (I Pietro 2:24). Gesù in quel momento non poteva contare su alcun aiuto soprannaturale, era nel vivo della Sua missione, era diventato “l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo” (Giovanni 1 :29).

Egli ha dovuto sopportare contemporaneamente il peso dei nostri peccati e l’alienazione da Dio dal quale non si era mai distaccato. Nessuna testimonianza del favore divino venne a Lui in quei momenti. In passato si era spesso udita una voce dal cielo che diceva: “Questo è il mio diletto figliuolo nel quale mi sono compiaciuto” (Matteo 3:17), ma in quella occasione gli oracoli di Dio furono silenziosi. Egli era appeso ad un legno come una cosa maledetta, poiché è scritto: “Maledetto chiunque è appeso al legno” (Galati 3:13). Se fosse piaciuto al Padre, Egli poteva inviare dodici legioni di angeli per essere liberato, ma nessun angelo Lo confortò dopo la notte nel Getsemani. Gli schernitori avrebbero potuto liberamente sputarGli in viso perché nessun angelo sarebbe venuto a difendere la Sua dignità. Lo avrebbero potuto legare e flagellare, senza che nessun membro dell’esercito celeste venisse a fare schermo alle frustate. Avrebbe potuto essere legato alla croce con rozze funi e poi issato in posizione verticale. avrebbe potuto essere beffato, ma nessuna schiera di spiriti ministratori si sarebbe impegnata a liberare il Principe della vita. Egli sembrava del tutto dimenticato “battuto da Dio ed umiliato” (Isaia 53:4), abbandonato nelle mani di uomini sanguinari, mani che procurarono una morte inclemente al Figliuolo di Dio.

A questo punto non ci meraviglia la Sua espressione di angoscia mentre chiedeva: “Dio mio. Dio mio perché mi hai abbandonato?” Ma questo non fu tutto. Non solo si erano interrotti i canali di comunicazione che legavano Gesù al Padre, ma perfino il pensiero confortante del favore di Dio nei Suoi riguardi si era esaurito. Questo pensiero era chiaramente espresso quando Gesù, anticipando le Sue sofferenze, disse ai Suoi discepoli: “Sarete dispersi, ognuno nel suo luogo e mi lascerete solo, ma io non sono solo perché il Padre è con me” (Giovanni 16:32). Questo era il Suo costante motivo di conforto, ma anche quest’ultimo appiglio stava per essere rimosso. Lo Spirito di Dio non avrebbe confortato la parte umana del Suo spirito. Non era possibile che il Giudice sorridesse davanti a Colui che rappresentava la colpevolezza dell’intero genere umano. Sebbene il nostro Signore non avesse perso la Sua fede, come avrete potuto notare in precedenza, Egli non poté contare su alcuna consolazione, né su alcun conforto interiore.

Uno scrittore ha dichiarato che Gesù non sperimentò l’ira di Dio, ma si limitò a soffrire per la separazione dalla comunione divina. Qual è la differenza? Il sottrarre calore o il produrre il freddo conduce forse a degli effetti dissimili? Gesù si rese conto che il favore di Dio non poteva coprirlo in quel momento, e questo fu per Lui una sofferenza esasperante.

Un uomo di Dio affermò che nelle sue sofferenze poteva affermare che queste rappresentavano “delle utilità, ma non delle soavità”, necessarie, ma non certo piacevoli. Tenete presente che il nostro Signore sopportò la prova più dura che mai sia stata concepita dal piano di Dio. Voi che riuscite a comprendere, nel vostro piccolo, cosa significhi perdere la consapevolezza dell’amore e dell’assistenza di Dio, potete immaginare, se pur lontanamente, la sofferenza del Salvatore, consapevolmente abbandonato dal Suo Dio. Per Gesù l’amore del Padre rappresentava il fondamento di ogni cosa, senza di questo, tutto sarebbe venuto meno. Niente avrebbe avuto un senso lontano dal Suo Dio, l’Iddio della Sua fiducia. Ebbene, fratelli: Dio ha veramente abbandonato il Salvatore. Essere lasciati da Dio per noi può essere una tragedia, ma per il nostro Signore l’abbandono fu ben più grave. “Come sarebbe a dire?” Qualcuno potrebbe chiedere. “Perché Egli era perfettamente santo”. Rispondo: Una rottura tra una creatura perfettamente pura e L’Iddio Santo e trino è qualcosa di sconvolgente, anormale e doloroso. Se un uomo qualsiasi, dalla natura peccaminosa si rendesse conto della sua separazione da Dio, immagino che verrebbe meno dallo sgomento. Chi è nel peccato se solo conoscesse la propria condizione davanti a Dio, non sorriderebbe mai più, almeno fino al momento di sperimentare il perdono di Dio. Ahimè, quanto siamo insensibili allo Spirito di Dio, induriti dalle brutture del peccato e incapaci di renderci conto della nostra reale condizione! Immaginate quale grande calamità deve essere stata per Cristo, il Santo, essere separato dal Dio Trino e Santo! Per Lui quella sensazione era nuova e atroce. Egli non aveva mai conosciuto simili tenebre, essendo sempre pervaso dalla meravigliosa Luce della Divinità. Pensa, se i tuoi giorni fossero costantemente e ripetutamente illuminati da una continua comunione con Dio, senza interruzioni… Non potresti affermare di vivere già in paradiso? In una condizione del genere, la separazione da Dio ti proietterebbe nello sconforto più atroce. Tenete presente che oggi il Signore ci largisce solo delle gocce della Sua presenza e malgrado ciò, la loro assenza si rivela qualcosa di distruttivo. Per il nostro Signore Gesù Cristo, il mare della continua presenza di Dio fu prosciugato in un istante… La Sua natura perfetta era stata privata della suprema comunione con Dio. Quale sofferenza! Immaginate un angelo, un Serafino allontanato da Dio! Una creatura perfetta in santità, costretta a vagare lontano dal suo Creatore! Non posso immaginare ciò, forse John Milton potrebbe rendere l’idea nel suo “Paradiso perduto”. Quell’essere puro, proiettato nella regione dell’assenza di Dio, griderebbe senza posa: “Mio Dio, mio Dio, mio Dio, dove sei?” Quale dolore per uno dei figliuoli dell’aurora! Ma il lamento che abbiamo davanti è partito da Colui che più di ogni altro era degno di godere la comunione della Divinità. Come Figlio, era in grado di comunicare con Dio molto più di un angelo. Di conseguenza l’angoscia che dovette provare è stata, in proporzione, senza possibilità di raffronto. Meditando il lamento di Gesù, percepiamo che Egli stesso non avrebbe potuto sostenere a lungo un peso simile. Dopo tre ore di silenzio, carico dei peccati di tutta l’umanità in tutta la Sua purezza e santità non avrebbe potuto sopportare più a lungo una separazione così inaccettabile e dovette esclamare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Nessuna espressione potrebbe descrivere i sentimenti di Cristo in quel momento: io stesso nel provare a farlo, mi sono sentito come un bambino che cerca di spiegarsi l’infinito, Voglio dunque ribadire il fatto di fondo in tutta la sua concretezza: il nostro Signore Gesù subì per tutti noi tutti, l’abbandono da parte del Suo Dio.

LA DOMANDA: PERCHÉ TALE SOFFERENZA?

Meditando attentamente quest’espressione, ci rendiamo conto che essa scaturisce da una angoscia estrema, un’agonia tenace che si sprigiona da un cuore divino, l’unico degno di elevare un lamento simile. Da questo particolare traiamo una lezione assai utile; abbiamo di fronte un’espressione ripresa dal Salmo 22. Questo dettaglio non ci mostra, forse, l’amore di Cristo per la Parola di Dio che Lo induce a cercare in essa una espressione adeguata al Suo dolore? Potessimo amare la Parola di Dio in modo analogo, usando le Sue parole per esprimere i nostri sentimenti, sia nella gioia che nell’avversità!

Il lamento di Gesù viene indirizzato direttamente a Dio. Il Divino, nella Sua angoscia, si appella a Colui che lo sta percuotendo, Il Suo non è un grido elevato contro Dio, ma a Dio. Possiamo trovare, in questa espressione, la Sua reale condizione di Figliuolo, amante della Parola e della preghiera perfino da agonizzante. Il Suo grido è traboccante di fede, poiché sebbene chieda: “Perché mi hai abbandonato”, dice prima di tutto: “Mio Dio, mio Dio”, In esso coesiste la certezza dell’appartenenza al Padre ed il rispetto espresso in qualità di figlio. “Mio Dio, mio Dio, io non contendo con Te: le Tue ragioni sono indiscutibili, perché Tu sei il mio Dio. Tu puoi fare ciò che vuoi ed io mi piego davanti alla Tua sovranità. Bacio la mano che mi percuote e con tutto il mio cuore grido: ‘Mio Dio, mio Dio!”‘,

Caro lettore, se ti senti sconvolto dal dolore, torna alla tua Bibbia e leggila, se la tua mente vaga, riconducila al trono della grazia e se la tua carne ed il tuo cuore stanno per venire meno grida: “Mio Dio, mio Dio”.

Ma torniamo all’interrogativo rivolto da Gesù. Sembrerebbe, a prima vista, una domanda formulata da uno scoraggiato, non irragionevole, ma al contrario troppo lucido e quindi scosso dalla drammatica realtà che stava vivendo. “Perché mi hai abbandonato?” Gesù, non ne conosceva forse il motivo? Egli lo sapeva molto bene, ma nella Sua umanità, mentre veniva schernito, flagellato, torturato, sembrò non poter comprendere la ragione di sofferenze così atroci. Egli doveva essere abbandonato, ma poteva esserci una ragione per degli spasimi così crudeli? Il Calice doveva essere amaro, ma perché gli ingredienti dovevano essere così disgustosi? Affermo questo, e credo che corrisponda al vero: l’Uomo di dolore in quel momento fu sopraffatto dall’orrore. L’anima di Cristo vero uomo, temporaneamente limitata dal tempo e dallo spazio, entrò in contatto con l’infinita giustizia del vero Dio, L’unico mediatore tra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, contemplò la santità di Dio mentre portava su di Sé il peccato dell’umanità, della quale Egli aveva abbracciato la causa. Dio era con Lui e per Lui, indiscutibilmente, ma per un certo tempo, dovette ritirarsi dal Suo cospetto. Non ci sorprenda il fatto che l’anima di Cristo sia rabbrividita al contatto con l’infinita giustizia di Dio, sebbene il Suo scopo fosse proprio quello di procurare la giustizia e di glorificare il Giudice in quell’istante. Il Signore avrebbe potuto affermare con pieno titolo: “Tutte le Tue onde ed i tuoi flutti mi sono passati addosso” (Salmo 42:7). Nessuna espressione poteva rendere meglio l’idea dell’angoscia di Cristo ed Egli, nella Sua agonia, pronunciò parole che seppur piene di purezza e di sincerità, non nascondono la Sua intensa sofferenza. Nessun espressione umana può tradurre adeguatamente ciò che questa frase racchiude in sé. In queste parole possiamo notare arrendimento e determinazione. Il Signore Gesù Cristo non si stava tirando indietro. La Sua intenzione era quella di andare avanti: chi decide di dimettersi da un incarico non chiederà ulteriori spiegazioni al suo datore di lavoro. Gesù non chiese che la Sua sofferenza cessasse anzitempo, bensì ne chiese la ragione. Egli stava domandando il perché di quella angoscia che comunque avrebbe sopportato ad ogni costo, fino alla fine. Questo grido deve giungere alle nostre orecchie quale segno di profonda risoluzione e di totale arrendimento. Non pensate che a spingere Cristo a pronunciare quelle parole, sia stato il profondo stupore nel comprendere che Egli “stava facendosi peccato per noi”? Per un Essere così puro e santo, diventare una offerta per il peccato deve essere stata una esperienza sconvolgente. Il peccato si era posato su di Lui, e sebbene Egli stesso non lo avesse mai conosciuto, era trattato da colpevole, e adesso il peso dell’ingiustizia di cui si era caricato Gli stava spezzando il cuore. L’orrore della ribellione dell’uomo contro Dio Gli aveva riempito l’anima, per questo motivo Egli dovette esclamare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché devo portare su di me ciò che più di ogni altra cosa l’anima mia aborrisce? Non potete vedere il desiderio di Gesù di gettare uno sguardo sul Suo obiettivo eterno per trame motivo di gioia? Egli sapeva che l’alienazione da Dio rientrava nel piano di salvezza dell’uomo peccatore: di conseguenza Egli veniva confortato dall’idea del raggiungimento di questo obiettivo. “Egli vedrà il frutto del tormento dell’anima sua e ne sarà saziato” (Isaia 53:11). Attraverso quel “perché”, per Gesù si apriva una piccola finestra attraverso la quale Egli poteva scorgere la luce dei cieli eterni, che rischiaravano quei momenti tenebrosi. Sicuramente il nostro Signore pose enfasi su quel “perché” in modo da indurci a fare altrettanto. In questa maniera Egli ha potuto farci meditare sul glorioso “perché” del Suo dolore. Riflettete su ciò che dovette sopportare Gesù, ma non tralasciate la ragione di tutto ciò. Se non vi sarà possibile comprendere il modo nel quale le svariate sofferenze di Cristo concorsero a portarlo al termine della Sua agonia, allora includete i vostri interrogativi irrisolvibili in quel grande “perché”. Investigate questa amara espressione finché avrete vita: “Perché mi hai abbandonato?”. Dunque, possiamo azzardare che il Salvatore rivolse questa domanda non tanto per sé ma piuttosto per il nostro bene, non già per dare sollievo alla disperazione del Suo cuore, ma per farci guardare alla gioia e alla speranza che Gli stavano davanti, insostituibile conforto nell’imperversare delle sofferenze. Ricordate, per un momento, che Iddio non avrebbe mai potuto abbandonare, in senso lato, il Suo Figliuolo ubbidiente. Dio era con Lui nel grande piano della salvezza. Dio stesso deve aver guardato Gesù, con immutato amore e tenerezza. In realtà l’Unigenito Figlio di Dio non fu mai più caro al Padre dell’istante in cui si stava facendo ubbidiente fino alla morte della croce! Ma la figura di Dio, in questo momento, è quella di Giudice della terra, e la persona di Gesù, quella del Sacrificio per il peccato. Il Giudice Supremo non poteva di certo sorridere a Colui che era diventato il sostituto del colpevole. Il peccato è in abominio a Dio, e se un giorno il Suo Figliuolo, per rimuoverlo, se ne dovette caricare, non ci sorprenda il fatto che il Padre abbia dovuto interrompere la comunione con Lui. Questa fu la terribile necessità dell’espiazione, ma in fondo l’amore del Padre per il Suo Figliuolo non cessò neppure per un istante e non conobbe neppure un leggero affievolimento. La fonte dell’amore di Dio non si prosciugò, ma il suo libero sgorgare fu trattenuto solo per un attimo.

LA RISPOSTA: LA NOSTRA SALVEZZA

“Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?” Il Salvatore avrebbe potuto rispondere Egli stesso alla Sua domanda. Se per un istante la Sua umanità fu turbata, in seguito la Sua mente giunse ad una chiara comprensione, poiché disse: “È compiuto”, riferendosi al compito che nella Sua agonia aveva ormai portato a termine. Perché, infine, Dio abbandonò il Suo Figliuolo? Non posso avanzare che una risposta: Egli prese il nostro posto. A Cristo non sarebbe possibile imputare alcunché: Egli fu il Perfetto e la Sua vita non conobbe alcun errore. Dio non ha mai agito senza una valida ragione e se non possiamo isolare nessun corpo d’imputazione a carico di Cristo, dobbiamo cercare la soluzione altrove. Non so come rispondano gli altri a questa domanda. Personalmente, posso rispondere soltanto con le parole di un canto:

“Tutti i dolori che Egli soffrì erano nostri. Nostre erano le pene che portava Gli spasimi che Gli straziarono l’anima Che pur con angoscia seppe sopportare. Lo credevamo condannato dal cielo E battuto dal Suo Dio, Mentre per i nostri mali Egli soffrì, Ei sanguinò, Sotto la verga del Padre.

Del tutto consenziente, il Signore Gesù soffrì come se avesse commesso le trasgressioni di cui si era caricato per amor nostro. A motivo dei nostri peccati, solo questa può essere la risposta alla domanda: “Perché mi hai abbandonato?” La Sua ubbidienza, in questo caso, fu perfetta. Egli, lasciò la gloria, venne nel mondo e sopportò il più atroce dei supplizi in piena sottomissione al Padre. Lo spirito di ubbidienza non può andare oltre il gesto di Cristo, il Quale, pur abbandonato da Dio, continuò a mostrarGli fedeltà e fiducia anche in quella situazione così tragica. Può forse l’ubbidienza più incondizionata superare una simile soglia? Neppure il soldato all’ingresso di Pompei, rimasto al posto di sentinella incurante della pioggia, di lapilli incandescenti, fu fedele al suo ideale alla stessa maniera di Cristo, il Quale rimase ubbidiente a Colui che Lo aveva abbandonato, dimostrando una lealtà perfetta e assoluta. Considerate che la particolare sofferenza del nostro Signore era necessaria e appropriata. Non era sufficiente per Gesù aver sofferto nel corpo o nella mente: Egli doveva soffrire proprio in quella particolare maniera. Doveva sperimentare l’abbandono da parte di Dio, come conseguenza necessaria del peccato che gravava su di Lui. Per un uomo, essere abbandonato da Dio è la pena che in modo diretto e inevitabilmente segue al peccato. Che cos’è la morte? “Nel giorno che tu ne mangerai, per certo morrai”, disse l’Eterno ad Adamo. Adamo morì fisicamente in quel giorno? Certamente no: egli visse ancora per lunghi anni, ma la morte, intesa come separazione da Dio, si concretizzò nel momento in cui mangiò, insieme alla moglie, il frutto proibito. La separazione dell’anima da Dio coincide con la morte spirituale, allo stesso modo in cui alla separazione dell’anima dal corpo corrisponde la morte fisica. Il sacrificio per il peccato avrebbe dovuto sostenere la separazione da Dio e, quindi, la morte. Tramite questo Sacrificio Supremo, sul quale si abbatte l’abbandono e la morte, ogni creatura dell’universo avrebbe compreso che Dio non può avere comunione con il peccato. Se perfino il Santo, il Giusto si trovò nell’alienazione da Dio, immaginate quale può essere la condizione dell’uomo peccatore agli occhi di Dio. Il peccato crea la spaccatura tra Dio e l’uomo e di fatti è stato in grado di separare dalla presenza di Dio Gesù Cristo stesso, Colui che si caricava dei nostri peccati.

La separazione fu necessaria anche per un altro motivo: fino a quando l’approvazione di Dio resta sull’uomo, egli non sente il peso della trasgressione. Lo sguardo benevolo del grande Giudice non poteva posarsi su Colui che era il sostituto di tutti i colpevoli. Cristo ha sofferto non solo perché ha portato su di sé il peccato, ma anche per l’effetto che esso ha provocato nei confronti di Dio. Se il Padre Lo avesse sostenuto e confortato, Egli non avrebbe sofferto per il peccato. Il sacrificio di Cristo non avrebbe avuto nessun effetto sostitutivo se Dio non avesse ritirato da Lui lo splendore della Sua presenza. Gesù fu, in tutto e per tutto, il sacrificio offerto in vece nostra. Ammirate in che maniera il Signore ha potuto adempiere con giustizia alla Sua Legge! Egli, anziché distruggere un ‘umanità colpevole, deve aver pensato: “Ecco il Mio Unigenito Figliuolo, che farà Sua la natura di queste creature così ribelli e con essa il castigo che meritano”. Quando Gesù chinò il Suo capo sotto il peso della Legge, l’universo intero fu stupefatto davanti alla perfezione del piano di Dio e della Sua infinita Giustizia. Con questo gesto l’intera creazione si è potuta rendere conto, osservando la morte del Suo diletto Figliuolo, della Sua assoluta determinazione nel voler punire il peccato. il Suo Amato ha subito il trattamento di un vero peccatore, dovendo patire il totale distacco dalla Sua presenza. In Dio l’amore infinito splende sopra ogni cosa, ma questo amore non può eclissare la Sua giustizia divina, così come la giustizia non può nascondere l’amore. Dio è Perfetto e in Cristo Gesù si riflette questa inarrivabile perfezione. Che argomento meraviglioso! Potremmo mai comprenderlo fino in fondo? Consideriamo il fatto che l’Autore della nostra salvezza fu reso perfetto attraverso la sofferenza (cfr. Ebrei 2:10). Ogni aspetto della vita terrena divenne familiare a Gesù. Immaginate se Gesù non avesse mai subito la desolazione dell’abbandono e, al contrario, un Suo discepolo avesse dovuto affrontare un simile patimento. Quest’ultimo si sarebbe rivolto al Maestro esclamando: “Signore, hai mai attraversato delle tenebre così fitte”? E Gesù: “No. Questa sofferenza mi è sconosciuta”. Potreste immaginare lo sconforto di questo martire! Una pena che neppure il Signore avrebbe potuto comprendere! Sarebbe stata una ferita immedicabile, un dolore contro il quale non ci sarebbe stato alcun valido rimedio. Ma non fu così. “In tutte le loro distrette Egli stesso fu in distretta” (Isaia 63:9). “Egli fu in ogni cosa tentato come noi, però senza peccare” (Ebrei 4:15). Per questo possiamo rallegrarci ogni qual volta ci troviamo nelle sofferenze. Davanti ai nostri occhi ci sarà sempre la profonda esperienza di Cristo Gesù, abbandonato da Dio. Questo argomento potrà ritenersi esaurito solo dopo aver svolto alcune considerazioni conclusive.

In primo luogo: appoggiamoci interamente sul Signore Gesù Cristo, lasciamo che ogni nostro peso sia Suo. Quando ci assale la consapevolezza del male compiuto non disperiamoci: ogni imputazione cade quando udiamo Gesù esclamare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” So molto bene che secondo la giustizia di Dio meriterei di essere scaraventato nell’inferno più profondo, ma non ho timore: Dio non mi abbandonerà mai, poiché Gesù è stato abbandonato al posto mio. Non soffrirò per il mio peccato, poiché Cristo lo ha fatto pienamente e interamente al posto mio. Dietro l’inespugnabile muraglia del sacrificio vicario, il peccatore è al sicuro. Questa fortezza offre rifugio a tutti i credenti, in modo che nessuna condanna possa raggiungerli. La Roccia dei secoli è stata colpita al posto nostro, e in Essa troviamo rifugio contro ogni insidia del male. In Cristo abbiamo il pieno perdono, il più grande dei sacrifici e la più completa giustificazione di fronte alla Legge; riposatevi dunque in Lui e abbiate pace, voi che avete affidato le speranze in Cristo! In secondo luogo, se qualcuno si ostina a pensare che Dio lo abbia abbandonato, possa ispirare la sua condotta all’esempio di Gesù. Se sei convinto che Dio ti abbia abbandonato non chiudere la tua Bibbia, anzi, aprila come fece il tuo Signore e cerca un testo che faccia al caso tuo. Non smettere di pregare, ma invoca il Signore, come fece Gesù, e sii più zelante del solito. Se pensi che Dio ti abbia dimenticato, non cessare di porre fede in Lui, piuttosto grida proprio come fece Gesù: “Mio Dio, mio Dio”! Forse non ti sentirai di chiamarLo “Padre”, come faceva Gesù; allora chiamalo “Dio” tuo. Fa’ che il pronome “mio” possa fare presa in te come un’ancora di salvezza. Aggrappati al tuo Dio e non naufragherai lontano dalla fede. Per quanto mi riguarda, non mi allontanerò dai piedi della croce. So bene di non potermi guadagnare il favore di Dio, ma credo che Egli rimarrà fedele al patto stipulato col Suo Figliuolo, suggellato sulla base dell’immutabilità delle Sue promesse e tramite il sangue di Cristo Gesù. Chi crede in Lui ha vita eterna! Su questo fondamento posso stare al sicuro. So che non dovrò sostare alle porte del cielo, poiché esse non verranno chiuse davanti a un’anima che ha accettato Gesù. Il Figliuolo di Dio ha detto: “Colui che viene a me io non lo caccerò fuori”,

A questo punto si impone un’ultima riflessione: aborriamo il peccato che ha causato tante sofferenze al nostro amato Signore, il peccato è qualcosa di maledetto: esso ha condotto alla croce il nostro Signore Gesù! Te ne farai beffe? Andrai a trascorrere una nottata in libertà per gustare del peccato una rappresentazione quanto mai concreta? Reputerai il peccato alla stregua di un boccone invitante? Sarà un boccone saporito da tenere sotto la lingua anche quando ti recherai ad adorare il Signore? Se un mio caro amico venisse assassinato, cosa pensereste di me se custodissi con cura il coltello che lo ha ucciso, ancora intriso di sangue? Cosa pensereste di me se diventassi amico di colui lo ha trucidato e mi associassi all’assassino che ha pugnalato al cuore il mio più caro amico? Pensereste a ragione che sono un suo complice! Ebbene, il peccato ha ucciso Gesù: sarai un suo fiancheggiatore? Il peccato ha trafitto il cuore del nostro Signore: potrai schierarti dalla sua parte? Che io possa trovare un abisso profondo quanto la sofferenza di Cristo e scaraventarvi il pugnale del peccato affinché non possa colpire ancora una volta! Vattene, o peccato! Vattene, perché tu sei bandito da ogni cuore in cui regna Gesù! Tu hai crocifisso il mio Signore, e lo hai indotto a gridare: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

Se conoscete voi stessi e l’amore di Cristo, potrete dichiarare con forza di non voler mai più ospitare il peccato nella vostra vita. Sarete indignati per il peccato e griderete:

“Il più caro idolo che conosco Qualunque esso sia, Signore, lo getterò via E adorerò solo Te!”

A questo punto il nostro discorso sembra giunto ad una conclusione soddisfacente. Il Signore Gesù Cristo che ha sofferto per voi, possa benedirvi e dalle tenebre che un giorno lo coprirono possa sorgere la luce in grado di rischiarare le vostre anime.